Il coraggio delle donne centroamericane

Il coraggio delle donne centroamericane

Por Alessandra Riccio

La morte di Berta Cáceres, assassinata in Honduras qualche mese fa, è l’ultima delle tante storie di donne coraggiose –donne guerriere- dell’America Centrale, una delle regioni più martoriate in questo infausto mondo e anche delle più dimenticate.

Nella mia esperienza di corrispondente del quotidiano l’Unità, negli anni a cavallo fra gli ottanta e i novanta, sono stata qualche volta nel Panama del generale Noriega, spesso in Guatemala e in Salvador, dove ancora i movimenti di guerriglia si scontravano con governi davvero sanguinari; e spessissimo in Nicaragua, dove la lotta armata aveva scacciato l’ultimo dei Somoza e instaurato un governo rivoluzionario ma dove la pace era ancora lontana mentre la contra, la controrivoluzione finanziata dagli Stati Uniti, obbligava a reclutare i giovani per un pericoloso servizio militare, invece di dare loro l’entusiasmante compito della ricostruzione del paese.

In quegli anni la mia sede era L’Avana, una citta piena di stimoli, sempre informata sugli eventi dei paesi vicini e molto spesso rifugio cordiale e sicuro per i tanti costretti a lasciare i loro piccoli paesi per salvare la pelle, per riorganizzarsi e molto spesso per curare le ferite (anche morali, anche ideologiche) inflitte loro nelle vicende di guerra o durante le spietate sedute di tortura.

L’Avana era davvero una città di pace, priva di molti confort, scarsa di comodità, ma rifugio sereno per uomini e donne non necessariamente combattenti e sovversivi. Genitori, figli, fratelli di eroi e di vittime vi trovavano ugualmente rifugio. Ogni volta che, insieme alla mia fida compagna di avventure, la corrispondente de L’Humanité Maité Pinero, ci allacciavamo le cinture di sicurezza nell’aereo che ci riportava a Cuba dopo alcune settimane di grande tensione, respiravamo di sollievo e ci affacciavamo al finestrino per veder comparire i primi lembi di una terra che la propaganda voleva «primer territorio libre en América> e che –a dir la verità- anche a noi sembrava tale.

Lo racconto non tanto per elogiare Cuba, quanto per dare un’idea di quanto fosse drammatica la situazione vissuta in Centroamerica negli anni Settanta e Ottanta da popolazioni in prevalenza contadine, di numerose etnie originarie, talvolta vittime inconsapevoli, spesso attive nell’insorgere contro dittature crudeli, false democrazie, negazione di diritti.

Uomini sottratti ai campi, donne, anziani e bambini alla mercé di rappresaglie crudeli, grandi sofferenza di cui aveva parlato, fra le prime, Rigoberta Menchú, india quiché guatemalteca che ha aperto uno spiraglio sul ruolo delle donne centroamericane nel vortice di anni di terrore e di ingiustizia.

Rigoberta ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 1992, l’anno del Quinto Centenario della scoperta del’America, una ricorrenza che ha aiutato a sollevare molti veli su una storia raccontata solo dal conquistatore e che ha finalmente dato voce alla grande ricchezza di etnie, lingue e culture originarie. Cinquecento anni di resistenza hanno consentito la riscoperta di un’umanità che era stata data per scomparsa, annientata e, comunque, relegata negli ultimi gradini della dignità umana.

In Centroamerica, la silenziosa resistenza degli indios, dal Guatemala al Panama, riposava nel grembo delle comunità imperniate sulle donne, custodi delle tradizioni, operose artigiane, prolifiche madri. Nelle città, altre donne che avevano avuto l’opportunità di studiare, di lavorare, di militare si sono messe in gioco, in un gioco crudele di vita e morte, per ottenere giustizia, per difendere l’uguaglianza, per vincere il terrore con cui il potere asfissiava paesi e comunità pacifiche, amanti della vita semplice, rispettosi della natura e attaccati alle tradizioni.

Non molto tempo fa, un articolo del guatemalteco Rodrigo Rey Rosa su “Casa de las Américas” n. 278 ha riaperto il flusso dei ricordi. Scrittore cosmopolita e girovago, ha studiato a New York, ha vissuto un’intensa amicizia in Marocco con David Bowles ed è pubblicato anche in Italia. In quell’articolo, Rey Rosa raccontava del suo viaggio nel Quiché per testimoniare sull’esumazione delle vittime di una delle tante stragi commesse ormai trenta e più anni fa.

I testimoni del massacro di una comunità ixil sono vivi e parlano, il contesto è fermo nel tempo se si eccettuano i telefoni cellulari ma è scomparsa la paura, quella che attanagliava la gola, quella che impediva la parola. Adesso la comunità sa che nessuno aveva il diritto di fare quello che ha fatto.

Da quegli anni ormai lontani mi porto dietro il bisogno di ricordare le storie di alcune donne, coraggiose, intelligenti, attive, disposte a tutto per la necessità etica di giustizia. Di loro hanno parlato soprattutto i gruppi a cui appartenevano: il mondo cattolico, le formazioni guerrigliere, le associazioni per i diritti umani o per la difesa dell’ambiente, ma le loro vite, i loro sacrifici sono patrimonio comune dell’umanità.

Nostramerica